Come raccontare l’essenza del Giappone a chi non c’è mai stato? E come rendergli giustizia per chi già lo ama? Con queste domande in testa, inizio a scrivere il primo racconto per questo blog.
Perché il Giappone ha mille sfumature: esiste una parte fatta di luci al neon e folla, ma poi esiste un Giappone autentico. È quello che abbiamo scovato tra i vicoli di Tokyo e nei locali di Kanazawa, e che ci ha fatto innamorare perdutamente di questo viaggio.
Se il Giappone fosse un piatto, questi sarebbero gli ingredienti che i nostri sensi hanno colto: quiete, rispetto, spiritualità e gentilezza.
La quiete: il silenzio che nutre lo spirito
In Giappone la quiete non è assenza di rumore, ma presenza di armonia. Le strade sono silenziose: non troverai strombazzamenti di clacson o urla, ma solo i dolci jingle che accompagnano l’attraversamento pedonale. I mezzi pubblici sono un santuario del silenzio, interrotto solo dagli annunci delle fermata successiva che, pur essendo in giapponese, sono quasi più comprensibili di quelli che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha cercato di interpretare in una stazione italiana.
La cosa più rumorosa che potrai sentire è il risucchio del vicino di bancone che si gode il suo ramen! Respira e resisti misofono all’ascolto, rimani concentrato sul tuo buonissimo ramen e non ascoltare.
Questa quiete ci ha permesso di ascoltare melodie della natura solitamente ovattate dalla frenesia quotidiana. Secondo lo Shintoismo, ampiamente diffuso nel paese del Sol Levante, ogni cosa in natura ospita uno spirito, buono o cattivo, chiamato Kami. Dopo soli tre giorni dal nostro arrivo, ho capito cosa fossero questi Kami, ho percepito qualcosa di meraviglioso nel vento che faceva frusciare le foglie di un grosso albero e sbatacchiare gli Ema (targhette votive che si appendono vicino i templi). Sono rimasta ipnotizzata e per qualche motivo commossa da questo semplice attimo. Era il 27 Marzo ed eravamo al Santuario di Meiji Jingu.


Il rispetto nei piccoli gesti quotidiani
Il secondo ingrediente è il rispetto, che si manifesta nei gesti più semplici e quotidiani. I giapponesi ti schivano per strada, non ti sbattono contro, seppur immersi nei loro smartphone. Si mettono in fila per qualsiasi cosa: per salire sulla metro, sul pullman, per entrare in un ristorante. Ringraziano tantissimo, “Arigatou gozaimasu” (grazie mille) è stata la colonna sonora del nostro viaggio. Non dimenticheremo mai il dolcissimo e rugoso autista del bus a Kyoto che ha ringraziato ognuna delle venti persone in coda per scendere, quasi sulle note di “Tanti auguri a te”. È stato un momento così autentico e dolce che abbiamo finito per “canticchiare” quella frase per tutto il giorno. Questi gesti ti fanno riflettere su come sia possibile essere persone migliori, più gentili e rispettose con pochissimo sforzo.


La spiritualità: i rituali nei templi giapponesi
Ma quanto ingiusta sarebbe questa narrazione se descrivesse i giapponesi solo come silenziosi e rispettosi? E quindi ecco un altro pezzo del puzzle che permette di interpretare un po’ meglio l’anima di questo popolo: la spiritualità.
Ci sono una quantità enorme di templi e santuari (circa 100’000 in tutto il Giappone), tipo le chiese in Italia. Ogni tempio ha la sua anima: da quelli imponenti e colorati a quelli minuscoli, da quelli dedicati alle volpi a quelli per i gatti. Nella loro diversità alcuni elementi ritornano e, se si sa come interpretarli, diventano parte del percorso spirituale che accompagna la semplice visita.




Il rituale della purificazione (Temizu)
Prima di entrare, è fondamentale purificarsi presso la fontana (chozuya). Ecco i passaggi del rito che abbiamo amato replicare (con qualche piccola gaffe iniziale!):
- Prendi il mestolo con la mano destra, riempilo con l’acqua che scorre (non quella stagnante, parlo per esperienza personale 😅) e sciacqua la mano sinistra.
- Passa il mestolo alla sinistra e sciacqua la mano destra.
- Crea una coppetta con la mano, versaci un po’ d’acqua e sciacquati la bocca (attenzione: non bere l’acqua e non poggiare le labbra sul mestolo!).
- Infine, inclina il mestolo verticalmente per far scorrere l’acqua sul manico, pulendolo per chi verrà dopo di te.
Dobbiamo ringraziare il libro della Pina “I love Japan” che abbiamo letto prima di partire, perché ci ha fornito tante informazioni utili.
Un altro segno inequivocabile della vicinanza a un tempio è il profumo inebriante dell’ incenso; spesso ci sono dei grossi vasi all’interno dei quali bruciano tanti bastoncini di incenso apposti dai visitatori assieme a una silenziosa preghiera. Anche questo fumo, così come l’acqua prima, serve a purificarsi.






Una preghiera o un desiderio
Una volta purificata, puoi avvicinarti per una preghiera o esprimere un desiderio. Noi non perdiamo mai l’occasione per esprimere un desiderio! Il rituale per attirare l’attenzione dei Kami è questo:
- suona la campana,
- inchinati due volte,
- batti le mani due volte,
- recita la tua preghiera silenziosa con le mani giunte,
- fai un ultimo inchino per ringraziare.
Nei dintorni dei templi si trovano spesso dei banchetti per comprare alcuni amuleti o oggetti tipici:
- Ema: tavolette di legno su cui si scrivono preghiere o desideri e si appendono vicino i templi
- Omamori: talismani o amuleti dalle forme più disparate, spesso utilizzati come souvenir portafortuna e di buon augurio da portare ai cari
- Omikuji: foglietti che predicono la fortuna o la sfortuna e che, dopo un’attenta lettura con il traduttore, si può decidere se tenere con sé oppure legare ad un filo vicino al tempio per non portarsi dietro i cattivi presagi.






🥰PILLOLE DI TENEREZZA
Poche ore prima che Luca mi chiedesse di sposarlo nel parco di Nara, avevo pescato un piccolo cervo che stringeva in bocca un Omikuji che prediceva “una felice conclusione per amore e matrimonio più presto di quanto pensi”. Luca sorrideva sotto i baffi e io, completamente ignara, l’ho letto pensando “si ceeeerto”. Ma questa è un’altra, bellissima, emozionante, lacrimevole storia.


La gentilezza: il calore dell’accoglienza
Last but not least, il Giappone è anche gentilezza. L’abbiamo trovata nelle mani dei due vecchietti del Ryokan Sansuiso a Tokyo, che ci hanno accolto in una giornata piovosa e ci hanno asciugato le valigie bagnate dalla pioggia con una cura commovente. L’abbiamo vista negli occhi della maestra della cerimonia del tè e nel cuore del cuoco di Kanazawa che, tramite Google Translate, ha chiacchierato con noi durante tutto il pranzo e infine ha scritto i nostri nomi con i kanji. Ricordi autentici che conserviamo con tantissimo affetto.



Questa è la nostra ricetta del Giappone che ci ha fatto innamorare, ma siamo sicuri che ognuno possa cogliere sapori e spezie diverse a seconda della propria sensibilità.
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